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Itinerario malatestiano. Rimini, una capitale per lo stato

Rimini

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La più splendida delle capitali malatestiane, e quella che come tale ebbe più lunga vita, è stata Rimini: possiamo dire che la vicenda malatestiana, per la parte maggiore e migliore, si è aperta e chiusa in questa città. Ma a Rimini i segni del dominio malatestiano ora non sono più molto evidenti.

  • Prima di tutto vanno ricercati nelle mura urbiche medievali, fatte e rifatte e restaurate, e poi abbassate e infine private dei loro fossati e parzialmente distrutte.  La città comunale aveva certo già provveduto fin dal XII secolo a darsi una cinta difensiva, che l’imperatore Federico II rafforzò e avviò a compimento; ma il suo completamento avvenne solo sotto i Malatesti, che cinsero parzialmente di mura anche i borghi. Le parti meglio conservate delle mura medievali sono a meridione e a oriente del centro storico; si potranno vedere dalla via di Circonvallazione e dal parco Cervi; sono interrotte all’altezza dell’Arco d’Augusto, antica porta orientale della città.


  • Davanti all’Arco d’Augusto era stata costruita nel Medio Evo una grande porta che è stata distrutta, come tutte le altre, ad eccezione di una, ora semi interrata, che si chiamava “Porta Galliana”, ma che viene detta “l’arco di Francesca”. Si trova vicino al porto, il cui andamento è ancora quello realizzato all’inizio del Quattrocento da Carlo Malatesta, modificando sensibilmente la foce del fiume Marecchia; ma allora il mare era molto più vicino, e giungeva poco oltre questo “arco di Francesca”, all’altezza dell’attuale ponte ferroviario.


  • Di là dal porto, e quindi dal fiume, che si attraversa sul vicino ponte di Tiberio (uno dei ponti più grandiosi e meglio conservati della romanità: 14-21 d. C.), si trova il borgo San Giuliano, la cui conformazione urbanistica mantiene caratteri medievali; è dominato dalla importante chiesa di San Giuliano. La parte a mare di questo borgo, già riserva di caccia dei Malatesti (veniva chiamata “l’orto dei cervi”) è difesa da mura e torrioni della seconda metà del Quattrocento, forse dovuti a Roberto Malatesta. Una traccia indiretta, ma consistente, della presenza e dell’azione dei Malatesti era costituita dai numerosi conventi e chiese degli ordini religiosi: gli Eremitani, i Francescani, i Domenicani, gli Umiliati, i Serviti si erano introdotti in città durante il Duecento e il Trecento con l’aiuto dei Malatesti e sotto la loro protezione, e conservavano qualche segno della loro munificenza.


  • L’unica chiesa riminese sopravvissuta con consistenti strutture medievali è quella di San Giovanni Evangelista, già degli Eremitani di Sant’Agostino (e per questo comunemente chiamata Sant’Agostino), caratterizzata da un alto campanile gotico. Nell’abside e nella cappella del campanile si possono ancora ammirare affreschi del primo Trecento dipinti da sconosciuti pittori riminesi: raffigurano Cristo e la Vergine in Maestà, e inoltre le storie di San Giovanni Evangelista e della Vergine. Vi si conserva anche uno splendido Crocifisso dipinto su tavola.


  • Nella prima metà del Trecento a Rimini si è sviluppata una “scuola” pittorica caratterizzata da un precoce apprezzamento per l’arte giottesca. La sua originalità consiste nell’uso di un colore tenero, dolcissimo, di tradizione bizantina, che si accorda con il gusto per una narrazione incline al lirismo: ma la sua produzione non è priva di acute osservazioni naturalistiche e non è aliena da stravaganze iconografiche che dimostrano la disinvoltura con cui questi artisti affrontavano i soggetti della tradizione e la libertà mentale con cui accettavano le innovazioni giottesche.


  • La “scuola riminese” è stata molto attiva nella prima metà del Trecento in tutta la Romagna, nelle Marche, in Emilia e nel Veneto, e in genere nei territori in cui erano presenti i Malatesti o in cui era sensibile la loro influenza, anche se non è possibile sapere se godeva della diretta protezione malatestiana.


  • Ai Malatesti si è tentati di attribuire la commissione a Giotto, alla fine del Duecento o nei primissimi anni del Trecento, della decorazione pittorica della chiesa dei Francescani riminesi (dedicata naturalmente a San Francesco; viene detta Tempio Malatestiano e dall’inizio del XIX secolo è la cattedrale della città), di cui è superstite solo un grande, umanissimo Crocifisso. Riferire l’attività riminese di Giotto alla diretta committenza malatestiana può sembrare azzardato; ma forse non tanto, quando si rifletta che l’ambito in cui si muoveva il pittore toscano era proprio quello delle grandi corti e delle grandi famiglie guelfe legate alla curia romana, agli Angioini e ai Francescani, proprio come i Malatesti.


  • A Rimini i Malatesti avevano operato molti acquisti immobiliari, e fra Due e Trecento avevano ampliato le case loro offerte dal Comune, poste in una posizione strategica, vicino alla cattedrale e alla porta “del gattolo”, che dava verso l’entroterra e verso i loro possedimenti storici nella valle del Marecchia. Nel suo testamento (1311) Malatesta il centenario chiama questa casa palatium magnum, e ci fa sapere che era dotata di una sua curia, cioè di una sala delle udienze come una vera e propria reggia. E’ stata in parte distrutta e in parte inglobata nel castello costruito nella prima metà del Quattrocento da Sigismondo Pandolfo Malatesta.


  • Quasi tutte le grandi architetture che risalivano ai primi anni della presenza e della dominazione malatestiana a Rimini sono sparite o sono state radicalmente trasformate. Anche l’antica cattedrale, Santa Colomba, è stata distrutta (sopravvive appena una porzione trecentesca dell’enorme sagrestia-campanile, in piazza Malatesta). Oltre alla già ricordata chiesa degli Agostiniani, molto trasformata, si dovrà ricordare di questo periodo il complesso dei Palazzi Comunali: quello dell’Arengo, dalle grandi polifore e dai begli archi precocemente gotici, è del 1204; quello del Podestà è trecentesco, ma è stato sostanzialmente restaurato e rimaneggiato all’inizio del nostro secolo. Nelle imposte di un arco del fianco di questo palazzo sono scolpiti semplici motivi araldici angioini (i gigli) e malatestiani (la scacchiera).


  • Fra il palazzo malatestiano, la cattedrale, i palazzi comunali si svolgeva gran parte della vita pubblica, civile e religiosa della città, si prendevano le decisioni sulla politica dello stato e si amministrava la giustizia. In questa zona, vero centro direzionale cittadino, avevano la loro sede anche le attività economiche: i banchi notarili e quelli degli ebrei e il mercato, che si svolgeva attorno all’unica antica fontana, posta di fronte all’Arengo.


  • Questa fontana ancora esiste e, per quanto largamente rifatta nel Cinquecento e poi frequentemente restaurata, conserva un sapore arcaico e qualche elemento medievale; per la sua forma rotonda e per la sovrapposizione dei bacini ricorda, in tono minore, la celebre fonte maggiore di Perugia. Un eventuale “itinerario malatestiano” potrebbe iniziare proprio da questa antica piazza del Comune o della fontana (ora piazza Cavour), prossima tanto ai resti della primitiva Cattedrale che alla residenza principale dei Malatesti (Castel Sismondo) e alla chiesa di Sant’Agostino.


  • Attraverso il corso d’Augusto si raggiunge facilmente la piazza Tre Martiri, antico forum della Rimini romana (con un cippo che ricorda l’allocuzione di Cesare Rubicone superato” e con una cappella che commemora un celebre miracolo di Sant’Antonio da Padova, quello della mula) e, piegando verso il mare, si incontra il Tempio Malatestiano.


  • Della Rimini malatestiana possediamo uno straordinario “ritratto” della metà del Quattrocento: si tratta di un bassorilievo scolpito con la raffinatezza che gli è consueta da Agostino di Duccio in una formella del Tempio Malatestiano: raffigura il Cancro, segno zodiacale della città e del suo signore, Sigismondo Pandolfo Malatesta

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Ultimo aggiornamento: 16/03/2017
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